Perchè lavoro con le fragilità?

Ho vissuto nella mia infanzia e adolescenza una complessa situazione famigliare e un difficile rapporto con mia madre. Ciò mi ha portato a sentire una certa instabilità e la sensazione che c’era qualcosa da risolvere. Pensavo, talvolta, che gli altri fossero più fortunati di me e desideravo essere come questi altri.

Crescendo, avevo continuamente come un groppo dentro con cui sentivo che dovevo farci qualcosa, dovevo fare qualcosa con questa sofferenza, risolverla.

Poi ad un certo punto ho capito che non si trattava di farci qualcosa, ma al contrario si trattava di non rifiutarla. È stato per me una sorta di salto kierkegaardiano qualcosa che ho fortemente sentito più che venirmi da ragionamenti: la forte esperienza del passare dal come le cose dovrebbero essere affinché noi siamo felici (non avere quel dolore, risolvere quella situazione, far sì che quella persona cambi…), a come sono realmente, abbracciando la possibilità che possano essere già perfette così come sono.

Questa rivoluzione copernicana nel modo di pensare mi ha permesso di notare come ciò che ho sofferto sia stato in realtà un dono. È infatti attraverso questo canale che le persone si avvicinano a me, che si sentono capite e accolte. È grazie all’empatia che posso fare il lavoro che faccio e che sento come una ‘mission’.

È per questo motivo che nel coaching uso la Psicologia positiva e la Self-compassion mindfulness; due strumenti che uniti insieme aiutano ad accettare e a non combattere i vari aspetti della nostra persona, riflettendo su cosa possiamo fare con ciò che abbiamo (e non su ciò che invece dovremmo avere).

Il motto “Fai delle fragilità le tue forze” significa riparare con l’oro le fratture creando così qualcosa di unico e irrepetibile, con la sua storia e la sua bellezza, molto più di un oggetto uscito in serie dalla fabbrica

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